La metafisica fra Kant, Wagner e De Chirico.


Sospensione. La parola chiave di questi primi mesi del 2020 è anche quella che descrive l’atmosfera dei quadri del periodo metafisico, il più emblematico, inquietante ed affascinante della pittura di Giorgio de Chirico, nonché uno dei temi più intriganti di tutta la storia dell’arte.

Solitudine, Vuoto, luce radente, senso di mistero, di un enigma che non ha soluzione e che lascia tutto sospeso: una trappola dalla quale non vogliamo assolutamente uscire quella dei quadri del periodo metafisico, un senso di intimità così profondo e lontano, ancestrale, che la nostra epoca, così rivolta all’esternazione di un io sempre vuoto e patetico, farebbe bene a recuperare.

Una trappola che ci cattura con le sue ombre lunghe, che si distendono sulla nostra anima, senza minaccia o terrore (o forse un po’), ma togliendoci la possibilità di liberarcene una volta adocchiate. Lo stesso fascino ammaliante ed irresistibile del Tristano e Isotta di Wagner, l’opera metafisica per eccellenza, dove lo smarrimento dovuto alla sua innovativa scrittura musicale diventa un deliquio onirico irrinunciabile.

Un deliquio ed una sospensione vicini a quanto proviamo in questi mesi di reclusione, in cui molti, privati delle (orrende) certezze della routine si sentono smarrire, ricorrendo a palliativi come rimpinzarsi ed alcolizzarsi, per poi, pateticamente, lamentarsi.

Vicini e pure lontanissimi, poiché là, sulle vette dell’Arte, il deliquio e la sospensione diventano metabolismo del reale, digestione delle ore che scivolano inquiete al nostro controllo ed al senso stesso della nostra vita.

Sotto quest’ottica, l’arte della sospensione diventa arte del Senso, che ci fa così tanta paura, perché non c’è, non esiste se non lo diamo noi. La sospensione è quell’istante in cui scegliamo se riempire le nostre ore di bellezza o morire di noia, se nutrire il nostro corpo con l’esercizio e il cibo buono o ingozzarci e vomitare sul divano. Se prendere in mano la nostra vita (unica ed irripetibile) o morire nella routine.

Immanuel Kant ci può aiutare con la sua Critica della ragion pura, in particolare con le due Prefazioni del 1781 e del 1787. Nella prima (1781) egli definisce la metafisica come 《un invito alla ragione ad assumersi nuovamente il più grave dei suoi uffici, cioè la conoscenza di sé 》, mentre in quella alla seconda edizione (1787) parla di Nicolò Copernico in questi termini: 《il quale, vedendo che non poteva spiegare i movimenti celesti ammettendo che tutto l’esercito degli astri ruotasse intorno allo spettatore, cercò se non potesse riuscire meglio facendo girare l’osservatore e lasciando invece in riposo gli astri》; un invito a cambiare prospettiva al quale io non ho nulla da aggiungere.