L’amore paterno di fronte alla morte: Idomeneo re di Creta di Mozart.

Il sacrificio di Isacco è la vicenda nota che espone come la volontà di fede e di salvezza universale sia in grado di superare i vincoli naturali e personali, fondamentali ad una sana sopravvivenza del singolo.

Come Abramo, Idomeneo deve sacrificare a Dio (in questo caso Nettuno) il proprio figlio Idamante, sia come dimostrazione di fede, che come prezzo per la salvezza di se stesso e del suo popolo, minacciato da un mostro marino inviato dal Dio del mare per punire la titubanza di Idomeneo nell’adempimento del terribile voto.

Di ritorno dalla guerra di Troia, il re di Creta approdò sicuro con la sua flotta alle sidonie sponde (come recita il libretto), giurando a Nettuno che la ricompensa per la salvezza sarebbe stata la vita della prima persona che egli avrebbe incontrato sulla spiaggia; peccato che questa persona fu proprio il suo unico figlio Idamante, che era andato a cercare il corpo del padre dato per morto.

Nel Finale del secondo atto, Idomeneo sta compiendo un tentativo disperato per salvare il figlio, organizzando la partenza del giovane dal suolo di Creta via mare, ma al momento della partenza, Nettuno fa emergere dai flutti un mostro formidabile che semina sgomento e morte fra il popolo, che tenta di fuggire terrorizzato.

Nel mio dipinto in alto immagino che la scenografia fantasiosa dell’opera irrompa dal palcoscenico nella sala del teatro, coinvolgendo il pubblico nella vicenda, chiamandolo ad una partecipazione attiva, in una dimensione metateatrale.

Il dipinto ha però un aspetto ed una finalità ironica, che sente tutta la distanza temporale ed immaginativa da quel tipo di teatro e di narrazione; la musica di Mozart (come tutta l’arte consapevole ed impegnata in una prospettiva di evoluzione sociale) si nutre costantemente dell’ironia e della positività, pur conservando sempre una vena lirica e melanconica che la rende unica; in questa scena però, essa scatena tutta la sua intensità drammatica, eludendo la dimensione ironica e dimostrando la sua peculiare aderenza al fatto teatrale.

Col mio dipinto, voglio richiamare l’osservatore alla dimensione ironica, dipingendo la scena attraverso l’astrazione, proponendo forme sinuose ed in movimento, che vogliono creare un piacevole scompiglio fra il pubblico, al fine di richiamarlo alla sua funzione attiva nella continuità e nella valorizzazione storico-critica dell’Arte, al contrario del gesto di fuga di Idomeneo, che troppe volte si propone nei comportamenti della società attuale, debole ed addormentata, per riscoprire, con l’ironia e la sublimazione, le questioni e le attività che la rendono viva e capace di una posizione critica, forte e consapevole.

Ineffabile. Il “soffio musicale” del Lohengrin

Un niente. L’inizio del Lohengrin di Wagner è per l’orecchio come per le dita il cercare di passare un filo d’aria fra il pollice e l’indice, come cercare di trattenere un tessuto che si sfalda e smaterializza, come pensare di sfiorare l’azzurro dei crepuscoli di primavera.

Azzurro è (insieme a qualche sfumatura di argento) l’unico colore possibile per quest’opera, anche quando la vicenda impone scene di massa, col coro e tutti i protagonisti presenti; anche quando, come nel Preludio al terzo atto, l’orchestra suona fortissimo ed esegue passaggi veloci, scorrendo come un torrente di montagna o come il flusso delle onde sotto al Maestrale.

Un azzurro che, pure vestendo gli eventi tragici della trama, non è mai il cinereo colore del periodo blu di Picasso, non è mai livido o triste, ma sempre al di sopra della Storia, al di sopra dei personaggi e dei fatti rappresentati.

Un inevitabile ed immateriale afflato, è l’anima stessa del protagonista, il quale arriva misterioso nel primo atto, sulla sua navicella che solca le acque del fiume guidata da un cigno, e che, alla fine dell’opera, deve abbandonare la sua sposa Elsa, proprio perché costei osa chiedergli il suo nome e la sua provenienza.

Un azzurro che deve restare imperturbato, lontano ed immateriale, proprio come l’anima di coloro che davvero amiamo.

Ad un anno dalla mia prima collettiva – Roma, Palazzo Ferrajoli, 26 aprile 2019

Era il 26 febbraio 2019 ed ero in macchina con il mio amico Emanuele, col quale stavamo raggiungendo altri amici per un pranzo in compagnia; mi squillò il telefono -Roma- era la scritta che compariva sotto al numero sullo schermo. Esitai a rispondere, quasi irritato pensando alle solite chiamate di marketing. Risposi.

Dal telefono uscì una voce maschile, che mi chiedeva conferma della mia identità e che, dopo la mia risposta affermativa, iniziò a complimentarsi per il mio dipinto Polifonia del rosso in uno spazio aperto (a destra nella foto in alto), che 6 giorni prima avevo iscritto ad un concorso trovato su Instagram. Era il dottor Giovanni di Luna, responsabile del concorso, che, colpito dal mio quadro, volle sapere di più su di me, sulla mia storia ed il mio percorso artistico.

Iniziai timidamente a raccontare di me e della mia arte, stordito da ciò che mi aveva appena detto…parole che non credevo reali, se non fossero state confermate dal mio amico Emanuele, che ascoltava in vivavoce e che ringrazio di cuore.

Dopo il mio breve racconto, il dott. Di Luna mi propose di partecipare alla collettiva, organizzata dalle edizioni Pagine, per le quali lui lavora, prevista per il 26 aprile prossimo; gli dissi che avrei dovuto organizzarmi in Ikea, perché non avevo pianificato ferie per quel periodo e che lo avrei richiamato il prima possibile. Inutile dire che non ricordo cosa mangiammo a pranzo, ancora stordito ed incredulo com’ero.

Il giorno dopo parlai con il mio responsabile in Ikea (il Signor Giovanni Carrera, che colgo l’occasione di ringraziare pubblicamente) ed ottenni le ferie.

Partii per Roma in treno il 25 aprile di pomeriggio, accompagnato dal mio amico Matteo, compagno di mia cugina Claudia e papà della mia splendida nipotina Allison (ringrazio tutti e tre di cuore), con il mio imballo gigante, contenente i tre quadri della foto in alto (tutto il materiale di imballaggio mi è stato fornito da Matteo). Giunsi a Roma intorno alle 21 e presi stanza nell’albergo convenzionato con l’organizzazione.

La mattina dopo presi la metro con il mio imballo a spalle, scesi a Piazza del popolo (la fermata di Piazza di Spagna era chiusa), attraversai via del Corso semideserta (erano le 8 e 30 del mattino) e raggiunsi Palazzo Ferrajoli, sede dell’esposizione. Esposi i miei dipinti sui cavalletti forniti dall’organizzazione e mi aggirai per le sale del Palazzo, ammirando i dipinti e le sculture degli altri artisti che partecipavano all’esposizione. Conobbi anche una bellissima ragazza, pure lei artista, che purtroppo era già fidanzata.

Dopo un’oretta uscii a fare due passi e, raggiunti i vicini Fori Imperiali, ricevetti la chiamata della mia amica Ilenia, che era venuta col marito Walter ed il figlioletto Giacomo a vedere la mostra. Fu l’occasione per rivedere un’amica che conosco fin da quando, da bambini, trascorrevamo le vacanze a Rimini, insieme ad altri amici coi quali siamo ancora tutti strettamente legati.

Poco dopo mi chiamò il mio amico David di Brescia, che era a Roma con la famiglia e che, saputo della mostra, era fuori dal Ferrajoli ad aspettarmi. Visitammo insieme l’esposizione e fotografò i miei dipinti. Nel pomeriggio anche Emanuela, sorella di Ilenia, venne a visitare l’esposizione.

Nel pomeriggio, dalle ore 15, si tenne la presentazione del Prof. Plinio Perilli, che parlò di ciascun dipinto e scultura in esposizione, chiamando gli artisti di fronte alla platea; un’occasione unica di ammirare, guidati da vicino, l’operato di chi oggi produce arte con impegno, passione e amore. Terminata la presentazione, conobbi di persona il Dott. Di Luna, che mi invitò per il lunedì (29 aprile) a presenziare, con la mia Polifonia, nella trasmissione curata dal Prof. Perilli, in cui ebbi l’occasione di parlare del mio dipinto davanti ad una platea televisiva. La puntata andò in onda qualche sera dopo sul canale 828 di Sky.

Ringrazio sentitamente il mio amico Walter, marito di Ilenia, per avermi accompagnato in macchina agli studi televisivi, che stanno alla Tiburtina, un bel po’ fuori Roma; senza il suo aiuto avrei dovuto rinunciare alla trasmissione.

L’esperienza romana rappresenta la mia prima uscita pubblica al di fuori della mia amata città di Brescia, ed è stata il trampolino per altre occasioni espositive di cui parlerò nei prossimi articoli.

Hal 9000: riflessione sul tempo presente.

Oggi è il 25 aprile 2020 e, scrivendo da Brescia, in piena emergenza Covid, si impone una riflessione sulla condizione presente e sulla nostra posizione nel cosmo.

Piccoli, circondati da un universo turbolento ed ostile, dove collisioni apocalittiche di corpi celesti ed esplosioni di stelle avvengono di norma, sprigionando un’energia che non siamo in grado di immaginare se non attraverso calcoli ed osservazioni (e resta comunque difficile), soli nel cosmo, per quel che ne sappiamo, siamo oggi qui a lottare contro un nemico invisibile, che ci sta rubando affetti e momenti di condivisione e che lascerà un tragico ricordo e delle cicatrici visibili in ognuno di noi.

Come Hal 9000, il computer di bordo che nel capolavoro di Kubrik 2001 Odissea nello spazio uccide tutto l’equipaggio dell’astronave in viaggio verso Giove, tranne il protagonista, questo virus sfugge al nostro controllo. Come la musica di Ligeti, che commenta la seconda parte del film, esso striscia e ci avvolge subdolo e misterioso, fa strage dei nostri concittadini, ci lascia soli a combattere contro questa specie di Nulla.

Solo la lucida riflessione sulla nostra condizione di esseri viventi, fenomeno unico nell’universo, nonostante la presenza di miliardi di galassie, composte ciascuna da miliardi di stelle e miliardi e miliardi di pianeti, può renderci consapevoli dell’inestimabile valore della Vita, di ogni singolo momento, che sprecare nell’inerzia e nella pigrizia è un crimine pari all’omicidio.

Chi ha il coraggio della Verità?

Nel mio quadro Hal 9000 – omaggio a Stanley Kubrik (foto in alto), l’occhio di Hal ci guarda in primo piano, terribile e muto come il Covid, ma anch’esso viaggia veloce verso il misterioso spazio nero a destra del dipinto, a cui nulla sfugge, immagine ed incognita del destino ultimo del Tutto e della nostra stessa vita. Monito del Tempo, contato per tutti.

L’augurio per tutti noi, in questo giorno di Liberazione, è la conclusione del film di Kubrik: la rinascita, il bambino delle stelle che compare nell’ultima scena, come simbolo di speranza in un Uomo Nuovo, che sorge dalla Vittoria contro le ostilità.

Un Uomo Nuovo, che conosce il rispetto verso il prossimo e verso il Pianeta, l’unico che, dopo millenni di studi ed osservazioni, è in grado di ospitare la Vita.

Chi sono

Sono un uomo che ama l’Arte come manifestazione delle impressioni, dei pensieri e della fantasia, nutriti dallo studio e dalla pratica quotidiana, nonché dalla Vita stessa.

Mi sono laureato al DAMS di Brescia nel 2004 con una tesi sulla figura della prostituta nel teatro musicale del Novecento e, in contemporanea, ho studiato composizione e direzione d’orchestra al conservatorio Luca Marenzio di Brescia, al Giuseppe Verdi di Milano e presso l’Accademia Musicale Pescarese; non ho potuto conseguire il diploma di conservatorio perché sono rimasto orfano ed ho iniziato a lavorare presso Ikea dal 2006.

La mia Arte si basa sulla rappresentazione visiva di alcune composizioni musicali delle più svariate epoche, con particolare riguardo per il Barocco, il Settecento e l’Età contemporanea; inoltre raffiguro idee musicali del tutto personali, fino alla rappresentazione fantastica di una singola nota o accordo.

La lettura de Lo spirituale nell’arte di Kandinsky è stata per me fondamentale per individuare la ricchezza di possibilità esistente nei rapporti fra suono e colore, linea disegnata e melodia, struttura musicale e impianto complessivo del quadro. Lo studio teorico e dal vivo delle opere di Giorgio De Chirico, nutre la componente teatrale della mia pittura, rapportandola al teatro d’opera.

L’evento che ha dato avvio, il 12 gennaio 2017, alla mia attività creativa è stato visitare la mostra su Picasso (mio riferimento tellurico, terragno e passionale fin dall’infanzia) presso l’Amo di Verona. Da quel giorno ho intrapreso una fervente attività, prima nel disegno come pratica fondamentale che lo stesso Picasso ha sempre fortemente raccomandato, e ben presto nella pittura ad olio, che mi ha condotto oggi ad una produzione personale che annovera circa un centinaio di tele ed il doppio circa di disegni.

Dal 2019 ho cominciato a partecipare ad esposizioni collettive nazionali ed internazionali presso sedi prestigiose quali il Palazzo Ferrajoli di Roma, l’Istituto italiano di cultura di Stoccolma, l’Espace Thorigny di Parigi, il Teatro comunale di La Spezia, la Sala Cola d’Amatrice di Ascoli Piceno, la Casa di Dante a Firenze e la galleria Pintèr di Budapest.

Il Chaos nella rete: il Concerto da camera di György Ligeti.

bty«La complessa polifonia di ciascuna parte è incorporata in un flusso armonico-musicale nel quale le armonie non cambiano improvvisamente, ma si fondono l’una nell’altra; una combinazione distinguibile di intervalli sfuma gradualmente, e da questa nebulosità si scopre che una nuova combinazione di intervalli prende forma».

Con queste parole György Ligeti (1923-2006) descrive la sua tecnica compositiva della micropolifonia, un procedimento che prevede la sovrapposizione e la convivenza di intervalli ravvicinati di semitoni e di figurazioni ritmiche irregolari e tutte diverse (o quasi) per ciascuno strumento.

György Ligeti nacque a Târnăveni in Romania e perse la sua famiglia d’origine (tranne la madre) nel campo di concentramento di Auschwitz, quando aveva poco più di vent’anni; a Budapest, dopo la guerra, studiò con Zoltán Kodály, il pioniere dell’etnomusicologia insieme a Béla Bartók, e si occupò lui stesso di musica etnica. A Colonia entrò in contatto con Stockhausen e sperimentò l’elettronica come strumento espressivo, senza aderirvi completamente.

Tuttavia, una cifra distintiva della sua musica, è una nebulosa sonora appartenente prodotta artificialmente, in realtà ottenuta con l’orchestra sinfonica o gruppi più ridotti di strumenti, attraverso lunghe note tenute e poste ad intervalli ravvicinati, creando fondi a strati che evolvono e si sviluppano tramite micro mutamenti o interruzioni con netti cambi di scenario.

Il Kammerkonzert, composto fra il 1969-70, inizia proprio con questa sonorità, formata da ritmi irregolari che si dipanano fra flauto, clarinetto, clarinetto basso e violoncello, con brevi interventi del contrabbasso e successive entrate del corno e del trombone.

Un fluido chaos primordiale che si espande negli spazi siderali. La resa è eterea, il controllo del compositore totale.

Questo è il principio dal quale ho sviluppato la tela che vedete in alto, un composto di materia più e meno densa, spalmata con la spatola e con le mani nei toni del blu e del verde acqua, a creare quello sfondo sidereo ma stratificato delle fasce sonore di Ligeti, il tutto inciso e governato dal suo rigoroso magistero compositvo, fiammeggiante di idee (le incisioni e applicazioni in rosso).

Nell’organico del Kammerkonzert  compaiono anche quattro tastiere: celesta, harmonium, pianoforte e clavicembalo, che Ligeti dispone a doppio angolo retto sul palcoscenico, al fine di dare rilevanza e disporre le quattro sonorità in modo equilibrato, cosicché l’una non copra l’altra. Il timbro nero laccato del pianoforte e le sonorità auree delle altre tre tastiere, fanno da contenimento al fluire della spazialità sonora azzurra degli strumenti a fiato e degli archi, ponendosi nell’angolo in alto a sinistra del quadro, così come sono disposti sul palcoscenico rispetto al direttore ed al pubblico.

Recitativo e Aria di Matilde dal Secondo atto di Guglielmo Tell di Rossini

bmd Le prime due scene del Secondo atto di Guglielmo Tell di Rossini si prestano particolarmente ad una resa visiva della musica che ne accompagna l’azione.

In apertura siamo sulle alture di Rüpli, in Svizzera, dove un entusiasta coro di cacciatori torna da una ricca battuta di caccia al calar della sera; la musica è celebrativa e brillante nell’orchestrazione e nelle idee, con scale turbinanti nella sezione degli archi e gli sprazzi luminosi dei piatti che ne scandiscono l’incedere festoso.

Quando l’ultimo raggio di sole lascia spazio alle luci azzurrine del crepuscolo, entra in scena Matilde, principessa asburgica amante corrisposta di Arnoldo, pastore svizzero amico di Guglielmo Tell.

La musica del Recitativo che ne segue, assume immediatamente una veste inquieta e notturna, che cerco di rendere nella parte in alto a sinistra del quadro che vedete in alto, attraverso un impasto di blu di Prussia, bianco di zinco e verde smeraldo, applicato e lavorato con un pennello morbido e tondo, dosando l’olio di lino così da rendere l’impasto più liquido e lavorabile e per fargli creare sfumature ed effetti spontanei.

La parte in basso a destra del dipinto, dove compare un tratto di lacca garanza (viola), si riferisce alla Romanza «Selva opaca, deserta brughiera», che Matilde canta in seguito al Recitativo, la quale rappresenta uno dei pezzi più intimi ed ispirati della vena lirica di Rossini.

La grande fascia bianca che separa in diagonale il Recitativo e l’Aria, è il punto di sezione aurea della musica, ossia la nota più acuta che Matilde canta nella Romanza; qui l’impasto pittorico è più denso e grasso, nel tentativo di rendere la morbidezza e l’intensità dei tratti musicali di questo brano, che rappresenta il momento più intimo dell’intera opera.

Händel il progressivo

Quest’opera eseguita ad olio nasce dall’ascolto e dallo studio del secondo movimento della Sonata op. 1 n. 3 per violino e basso continuo di Händel, composta dal maestro sassone fra il 1725-26.
In questo pezzo Händel mescola con grande fantasia e sorpresa i temi e gli elementi che ha scelto per questo brano, anticipando il linguaggio musicale e gli sviluppi formali del Neoclassicismo.
Il dipinto ha dunque l’aspetto di un’opera pop, benché riferito ad un compositore barocco, al fine di rivelarne l’incredibile modernità e fantasia.